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1. Roma città degli ecoquartieri. Una nuova forma

Roma, secondo dopoguerra. È da qui che bisogna partire per comprendere la forma attuale della capitale e proporne una totalmente diversa e più conforme alle esigenze della nuova cittadinanza. Un nuovo senso della città che abbia una programmazione chiara e netta e che ribalti totalmente la funzione esistente.

La città, all’indomani delle distruzioni belliche, si ritrova ad essere luogo di accoglienza. Qui si riversano migliaia di persone, di famiglie che scappano dalla carenza di lavoro dei loro paesi di origine per cercare una vita più dignitosa. I piccoli centri si svuotano e le città si ritrovano impreparate ad un’accoglienza dignitosa. Basti pensare che nella sola città di Roma la popolazione passa da 1,6 milioni nel 1951 a 2,7 milioni nel 1971.

Sono gli anni di una vera e propria emergenza abitativa che spinge i governi dell’epoca a mettere in campo nel 1949 il cosiddetto piano Fanfani, divenuto legge con il nome di: “Provvedimenti urgenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori”.

È un vero e proprio piano edilizio che innesca un processo di espansione della città che porta alla nascita di nuove periferie. Gli urbanisti dell’epoca speravano in questo modo, che l’intervento pubblico potesse dare l’opportunità di controllare la crescita urbana e diventare laboratorio della ricerca di un habitat moderno e decoroso. Ma il piano, purtroppo, ebbe soprattutto il risultato di incrementare i volumi edilizi (spesso di bassa qualità) con lo scopo di riequilibrare il mercato economico, l’occupazione e attribuire alloggi a chi ne aveva necessità. Eppure, le caratteristiche per la progettazione prevedevano una sensibilità sociale, ambientale e visiva importante che spesso è stata trascurata. Una progettazione elaborata dal punto di vista dei soggetti più deboli e vulnerabili della società in grado quindi di fare gli interessi di tutti e non solo di alcuni, senza lasciare indietro le esigenze di nessuno.

Gli esempi virtuosi non sono molti e il rapporto difficile tra l’espansione della città, abitanti e risposta abitativa ha origini lontane, ovvero, da quando Roma è stata dichiarata capitale d’Italia ed è stata quasi sempre interessata dall’eterna lotta tra costruttori e reali esigenze abitative. La politica nella sua declinazione amministrativa ha abdicato al suo ruolo di interprete, governo e gestore dei processi di trasformazione portando ad avere periferie, anche signorili, e ampie sacche di abitazioni di fortuna abusive nate fuori dagli strumenti urbanistici vigenti all’epoca. Questo ha complicato il quadro all’interno del quale poter attuare una trasformazione organica e di buon senso, realizzare una città che abbia tutti i suoi pezzi interconnessi tra loro con un sistema di trasporto integrato con servizi alla comunità ed alla cittadinanza di qualità ed in quantità sufficiente a garantire dignità alle persone, con delle densità abitative proporzionate ai bisogni e con un giusto rapporto tra costruito ed elementi naturali. Quello che invece abbiamo è sotto gli occhi di tutti.

È passato quasi un secolo e oggi siamo lontani da quei cittadini sul piano sociale, economico e culturale. Un altro mondo si presenta davanti a noi, ma quello che ci unisce a quegli uomini ed a quelle donne è la dimensione di esseri umani. Le città stanno vivendo un “momento” di crisi, ma, proprio per questo, non c’è momento più opportuno per avviare ed imprimere un cambiamento che permetterà a noi ed alle future generazioni di godere di una qualità della vita migliore.

Il rallentamento della crescita demografica e la maggiore sensibilità ambientale impongono quindi di abbandonare qualsiasi ipotesi di espansione urbana. Vanno pertanto delimitate le aree già edificate o parzialmente compromesse mentre andrà salvaguardato il territorio esterno destinandolo esclusivamente a usi agricoli e alla tutela dell’ambiente naturale con eccezione per la realizzazione dei collegamenti ferroviari e tranviari tra le varie zone dell’area metropolitana atti a riunificare funzionalmente periferie e centri. Le aree interne già edificate o parzialmente compromesse dovranno invece, dove necessario, essere interessate da intensi programmi di riqualificazione con recupero di spazio e un intelligente aumento delle volumetrie verso l’alto.

Limitarsi a conservare il passato senza costruire la città del futuro non può rappresentare la proposta per Roma quale capitale d’Italia e centralità mondiale.

La centralità che acquisisce il tema della transizione ecologica propone, ed impone, un modo nuovo di pensare le periferie, i quartieri e di intervenire applicando anche i principi della rigenerazione urbana: un nuovo metodo con cui intervenire sulla città.

La descrizione dell’idea di città che avevano espresso gli urbanisti a metà del secolo scorso si potrebbe ritenere non altro che una forma embrionale di quello che oggi chiamiamo ecoquartiere e che rappresenta a nostro avviso lo strumento e l’elemento principale da cui partire per dare una nuova forma alla città di Roma attraverso un piano rigenerativo straordinario, che valorizzi prima di tutto l’esistente e che faccia fronte al degrado urbano e sociale che interessa molte aree della città. Rimettere al centro del dibattito considerandolo elemento cardine il valore dell’equità sociale (così come auspicato nel passato) è l’elemento per riequilibrare la forma delle periferie. La sfida è attualizzare l’idea e predisporre interventi che mirino alla riappropriazione degli spazi urbani e comuni, al recupero dei volumi esistenti, all’integrazione dei servizi.

Immaginiamo quindi Roma caratterizzata da un centro storico da conservare, chiuso al traffico dei mezzi non elettrici, e vari centri (ecoquartieri) interconnessi tra loro e separati da parchi archeologici e aree verdi. Tutto intorno aree destinate ad uso agricolo integrate con i nuclei urbani e alla produzione di energia da fonte rinnovabile. Mentre da un lato le strutture residenziali e produttive presentano ormai una localizzazione diffusa nell’area metropolitana rimangono accentrate tutte le attività direzionali che il forte sviluppo dello smart working saranno molto più facilmente ridimensionate e delocalizzate nei punti di interconnessione del Comune di Roma con la sua area metropolitana. La delocalizzazione delle attività direzionali e del terziario amministrativo dovranno essere inquadrate all’interno di un più ampio recupero dei quartieri periferici che ospiteranno i nuovi centri amministrativi e in molti casi perderanno la loro funzione di quartieri dormitorio, ma diventeranno veri e propri centri di vita, socialità, economie.

Ma cos’è un eco-quartiere, e come si costruisce?

L’Unione Europea ha individuato, con il documento “La Carta di Lipsia delle Città Europe Sostenibili” le strategie e i principi comuni per una corretta politica di sviluppo urbano. In linea con tali principi è possibile pensare ad interventi di riqualificazione e rigenerazione delle aree già urbanizzate che abbiano l’obiettivo di realizzare ecoquartieri interconnessi tra loro, ovvero quartieri nei quali sia presente il binomio inscindibile benessere dell’uomo – rispetto dell’ambiente e nei quali quindi:

  • azzerare, per usi urbani, il consumo di nuove aree, riqualificando spazi e edifici degradati, recuperando volumetrie in altezza e tutelando le aree verdi e le risorse naturali presenti;
  • riciclare rifiuti e ridurre al minimo i consumi di acqua ed energia attraverso standard di costruzione e di efficienza moderni, e attraverso la realizzazione di impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile, tetti verti e alberature diffuse;
  • definire la dotazione infrastrutturale al fine di:
    • favorire mobilità non solo interna ma tra l’eco-quartiere e il resto della città, dando priorità agli spostamenti pedonali, ciclabili e con mezzi pubblici riducendo le emissioni inquinanti da traffico.
    • elettrificare la climatizzazione abitativa riducendo le emissioni inquinanti da caldaia;
    • potenziare la connessione internet veloce per portare i servizi nelle case e incentivare lo smartworking riducendo così il traffico e le conseguenti emissioni inquinanti.
  • unire in modo equilibrato più funzioni urbane, attività commerciali/produttive e classi sociali mediante la fornitura dei servizi di prossimità e ridefinendo gli spazi pubblici con la realizzazione di aree verdi e di incontro al fine di favorire l’inclusione sociale e quindi la creazione di una comunità nonché di un forte senso di appartenenza.

Una città così costruita rappresenta pertanto un sistema urbano costituito da una sovrapposizione di sistemi che si interconnettono tra loro e non come una loro mera sovrapposizione.

Obiettivi strategici. Partire dalle zone più degradate

Una città ecologica, inclusiva e coesa, produttiva e connessa. Sono questi gli obiettivi strategici che la Carta di Lipsia intende promuovere e che nella logica delle priorità dovrà prevedere sin da subito un processo di recupero degli spazi dismessi e di quelli da trasformare, facendo crescere la città al suo interno e non al suo esterno, puntando alla realizzazione di una città compatta. Sono le aree più degradate, ovvero le periferie della città sia geografiche che percepite, ad avere l’urgenza della trasformazione. Sono solitamente i contesti in cui i servizi alla persona, alla mobilità, alla cultura sono più carenti e chi ci abita impiega più tempo a raggiungere il posto di lavoro, ha difficoltà nella gestione delle dinamiche familiari, ha difficoltà ad accedere agli spazi della cultura. È da qui che dovrà partire quindi la trasformazione di un nuovo senso di vivere la città con il superamento dei problemi infrastrutturali, demografici, delle iniquità sociali, della mancanza degli alloggi e di quegli spazi verdi piacevoli da vivere e da conservare. La trasformazione di questi pezzi di città in ecoquartieri ha come obiettivo non solo il miglioramento dell’ambiente fisico ma anche il potenziamento dell’economia e del lavoro locale e l’istituzione di un sistema di istruzione e formazione per bambini e giovani capace di ridurre il gap culturale e di abbandono scolastico tra le aree più ricche della città.

Diventa necessario che vengano portati i servizi di prossimità all’interno dei quartieri. Servizi, che per loro natura, sono più vicini alla vita quotidiana e domestica degli utenti (come, per esempio, l’assistenza ad anziani o ad ammalati cronici ed affini) devono essere a sostegno degli abitanti di quel brano si città: perciò facilmente raggiungibili ed accessibili insieme ai servizi tecnologici.

Sviluppare e rilanciare il carattere sociale degli ecoquartieri è espresso attraverso la rete sociale, l’interconnessione delle persone diventa essenziale affinché i progetti si realizzino. In questo processo le persone devono sentire forte il senso di appartenenza con il territorio perché siano loro stessi promotori del cambiamento e non solo osservatori subendo passivamente le decisioni “prese altrove”. La conseguenza di un nuovo approccio allo stile di vita dei residenti è un aumento della qualità del vivere non solo (e non tanto) nell’ambito domestico, ma nell’ambito sociale.

Per l’attuazione degli obiettivi sopra richiamati c’è la possibilità di pensare nuovi piani urbanistici o di assetto/governo del territorio che vede inoltre l’ingaggio di tutte realtà che operano sul territorio che siano essi pubblici, privati o di diversa natura.

Il senso della città

Gli indirizzi fino qui esposti, che saranno approfonditi in altre elaborazioni, dovrebbero provare a restituire un senso nuovo della città, una dimensione alternativa entro la quale vogliamo inserirla. Un luogo in cui il senso delle esistenze hanno spazio per esplorarsi, per conoscere, per crescere e dare dignità alla vita pubblica e privata. È una ricostruzione complessa ma non impossibile che parte dai bisogni e dai rapporti tra soggetti, tra generazioni e tra entità. È uno lavoro di riconnessione di tutti quei microsistemi di cui è formata Roma, di quelle bolle isolate dal contesto generale che riconvertite in ecoquartieri daranno un senso diverso alla vita nella città.

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2.2 Roma città della natura

Prendendo in prestito un concetto dalla biologia possiamo definire nicchie ecologiche le grandi città contemporanee che, modellate dall’uomo in funzione dei suoi bisogni, allo stesso tempo costituiscono l’espressione manifesta della tossicità di parte dell’attività umana sull’ambiente. La sfida incombente dei cambiamenti climatici impone di ripensarle secondo un nuovo paradigma ambientale e di sviluppare strategie strutturate capaci di mettere in campo vecchi e nuovi strumenti al fine di renderle maggiormente sostenibili, un vasto progetto che comprenda il sistema dei trasporti, il ciclo dei rifiuti, la riqualificazione urbana e, quello di cui trattiamo in queste pagine, la riforestazione e la cura del verde: «per contrastare il cambiamento climatico il migliore strumento esistente sono gli alberi. Piantati in modo adeguato possono raffreddare l’aria tra i 2°C e gli 8° C, riducendo così del 30% il fabbisogno di aria condizionata. Un singolo albero può assorbire fino a 150 kg di CO2 all’anno e contribuire a ridurre il cambiamento climatico»[1]. Spesso si sente dire che Roma è una delle città più verdi d’Europa e, in linea generale, ci troviamo d’accordo. Soprattutto se si fa riferimento a tutto il complesso del verde, comprendente differenti tipologie di aree, che copre quasi quattro quinti del territorio comunale.

I dati rappresentati nelle tabelle e nei grafici riportati evidenziano, di contro, come queste aree di verde risultino distribuite sul territorio in maniera non omogenea, localizzate perlopiù nelle zone più esterne della città, con Municipi densamente popolati privi di un’adeguata disponibilità. Il piano regolatore della città prevede, inoltre, grandissime aree destinate ad un uso agricolo (circa il 44% del territorio comunale). Queste aree, quasi tutte di proprietà privata, rimangono spesso incolte o abbandonate, magari nella speranza da parte dei proprietari di vederle un domani trasformate in edificabili. Anche consistenti parti delle aree naturali protette risultano essere di proprietà privata e sono spesso caratterizzate da una gestione e una manutenzione inefficace, che comporta uno stato di abbandono che si trasforma spesso in roghi e sversamento illecito di rifiuti.

Per quanto riguarda invece le aree verdi urbane, il dettaglio restituisce una gestione di circa 315 mila alberi divisi perlopiù fra parchi (54%), alberature stradali (36%) e giardini scolastici (4%).

Alla numerosità e alla complessità di gestione del verde romano si è aggiunto un processo di esternalizzazione dei servizi e, contemporaneamente, un eccessivo depotenziamento del Servizio Giardini comunale. Tale esternalizzazione non rappresenta in sé il problema, ma non avere un ente capace di controllare e indirizzare l’azione del privato ha avuto ricadute negative sullo stato di salute delle alberature[2] e dei parchi con evidente insoddisfazione della cittadinanza[3].

L’amministrazione della sindaca Raggi, contrariamente a quanto dichiarato durante la campagna elettorale e in questi anni di governo, non ha invertito la rotta anzi, è notizia delle ultime settimane l’avvio di due bandi messi in cantiere nel 2017 per realizzare accordi quadro triennali con privati per un totale di circa 86 milioni di euro per la manutenzione del verde verticale ed orizzontale. Anche i dati pubblicati dagli organi di controllo dello stesso Comune di Roma mostrano un trend in continuo peggioramento: nel quinquennio 2013-2018, infatti, le manutenzioni ordinarie sono scese di un 79% mentre sono aumentate quelle straordinarie (+138%); le potature sono diminuite del 66%. Negativo anche il bilancio arboreo che, nello stesso periodo, fa segnare meno 5086 alberi[4].

Roma, inoltre, risulta avere pessime performance ambientali negli studi elaborati sia a livello nazionale sia internazionale, come il Green City Index (UE e Samsung)[5] e il Rapporto sulle performance ambientali delle città (Legambiente e IlSole24Ore)[6].

Da dove cominciare per una nuova e corretta gestione del verde romano?

Tanto per cominciare dall’applicazione di quel principio di trasparenza tanto caro al Movimento Cinque Stelle che non si esaurisce nel solo caricamento delle informazioni su internet, ma consiste, soprattutto, nel raccoglierle, elaborarle e renderle user friendly per la consultazione da parte di ogni cittadino.

Chi scrive, ad esempio, si è scontrato in prima persona con la difficoltà di reperimento dei dati sopra riportati nel groviglio di link, pagine e informazioni caricate messe a disposizione dal Comune di Roma. Una mappatura online facilmente fruibile, una pubblicazione chiara degli interventi, l’aggregazione e la semplificazione dei dati in grafici comprensibili dovrebbero essere pratiche comuni per l’amministrazione di una città come la Capitale.

Nel consultare il programma elettorale[7] dell’attuale amministrazione, molte proposte in tema di verde non risultano realizzate: ad esempio non vi è traccia di concorsi di idee per giovani professionisti nella predisposizione degli appalti verdi, né tantomeno del protocollo delle best practices da seguire per la progettazione di riqualificazioni del verde urbano. In definitiva, la politica sul verde dell’amministrazione 5 Stelle non ha prodotto risultati né sull’ordinaria amministrazione né tantomeno nella programmazione degli interventi futuri.

Prima di tutto, la nostra proposta per il verde pubblico è in linea con quanto già scritto in merito alla riorganizzazione delle competenze tra Città Metropolitana, Comune e Municipi; ovvero, evidenzia la necessità di agire sull’efficientamento della gestione amministrativa del verde presente sul territorio comunale. Data la sensibilità dei temi e l’entità delle problematiche, riteniamo che gli assessorati al Verde e ai Rifiuti debbano essere separati e che le competenze sul verde debbano essere suddivise trasferendo ai Municipi la gestione dei piccoli parchi e delle aree verdi municipali comprese le strade, il monitoraggio del verde privato, la promozione, il coordinamento e il controllo delle adozioni di aree verdi e dell’affidamento degli orti urbani, lasciando al Comune di Roma la gestione delle ville storiche e dei parchi di grandi dimensioni, del verde nelle aree cimiteriali, nonché il monitoraggio e la redazione del piano di forestazione.


Un piano di forestazione urbana per la città di Roma.  
Per Roma è necessario sviluppare una strategia di intervento capace di connettere tra di loro parchi, viali alberati, verde pensile, tetti verdi, aree agricole e archeologiche, boschi, fiumi, mare e strutture di servizio al cittadino creando un’unica infrastruttura verde[8], diffusa e fruibile. La connessione di tutti gli questi elementi ambientali dovrà avvenire attraverso un vero e proprio piano di forestazione che incrementi il patrimonio verde e il numero di aree verdi della città, valorizzi l’esistente e consenta la piantumazione di nuovi alberi in un’operazione sinergica pubblico-privata-associativa. Nell’ambito di questa interconnessione, in una necessaria riqualificazione edilizia, saranno realizzati degli ecoquartieri, immersi nel verde, mediante l’utilizzo delle più recenti tecniche di bioedilizia e di efficientamento energetico[9]. Un intervento di tale portata consente di ripensare la città non solo dal punto di vista architettonico e urbanistico ma anche in termini di miglioramento della qualità della vita, contrasto al cambiamento climatico, difesa della fauna e della flora locale e, non ultimo, la creazione di nuove forme di lavoro oggi sconosciute sul nostro territorio.

Il piano di forestazione potrebbe essere attuato con la combinazione di grandi e piccoli interventi su proprietà pubbliche e private. Le risorse necessarie possono essere recuperate attraverso i fondi messi a disposizione a livello europeo, nazionale (es. Legge Clima[10]) e regionale, con esperienze di partenariati pubblico/privato, tramite i green bond o mediante iniziative di crowdfunding.

Per approcciare un piano di forestazione è necessaria una mappatura completa del verde esistente, magari attraverso la pubblicazione di un registro digitale e di una mappa consultabile online. Contestualmente, andrebbe effettuata una seria operazione di monitoraggio con l’ausilio dell’Ordine degli Agronomi di Roma, degli stakeholders e delle associazioni interessate.

La conoscenza dell’esistente, quindi la posizione e la tipologia di flora disponibile, permette di individuare i migliori interventi da mettere in atto, come il rinnovo delle alberature vetuste, che dovrà avvenire entro un arco di tempo quinquennale o decennale da implementare mediante accordi con il settore vivaistico per prevedere forniture costanti di piante in grado di rispettare anche il principio di uniformità dimensionale[11].

Dal Tevere all’Aniene al Mediterraneo.

Nell’ambito della proposta si individuano tre asset primari di intervento: i bacini dei fiumi Tevere e Aniene e il litorale romano. Il bacino dei due fiumi, in particolare, permette la realizzazione di due grandi corridoi verdi naturali, tangenti alla città negli assi Nord-Sud ed Est e, contestualmente, la messa in opera di parchi fluviali multifunzionali, fruibili dai cittadini.

È a partire dalla valorizzazione di questi tre elementi ambientali che dovranno essere realizzate le interconnessioni accennate in precedenza, definiti corridoi verdi, e che interesseranno anche le arterie stradali principali e secondarie.

Questi interventi consentirebbero una limitazione dell’effetto isola di calore[12], riduzione dell’inquinamento atmosferico, un miglioramento della qualità dell’aria e la realizzazione di spazi ricreativi e salubri[13]. Sono possibili, con il coinvolgimento delle imprese e le associazioni di settore, anche micro-interventi sul patrimonio edilizio nuovo ed esistente come la realizzazione di pareti e tetti verdi[14] che garantiscono inoltre l’aumento del valore economico dell’immobile e il miglioramento dell’estetica urbana.

Nell’ottica di un’incisiva azione pubblica soprattutto di controllo delle attività in gestione al privato, deve essere ripristinato il ruolo centrale del Servizio Giardini, che deve tornare ad essere un centro di eccellenza botanica e agronomica capace di valorizzare e manutenere accuratamente il patrimonio inestimabile dei parchi archeologici e delle ville storiche di Roma. Nella suddivisione delle competenze tra Comune e Municipi c’è poi la necessità di suddividere l’organico operativo del Servizio Giardini in funzione del patrimonio ambientale di ogni singolo Municipio, lasciando a livello centrale un’attività di coordinamento e controllo.

Il terzo asset della proposta presentata riguarda invece il litorale: Roma Capitale dovrà elaborare una strategia di gestione integrata delle coste e un piano di tutela delle stesse, in modo da coniugare benefici ambientali e utilizzo ricreativo delle spiagge. Laddove necessari, dovranno essere effettuati e incrementati interventi di ripascimento, realizzare codoni dunosi e salvaguardare la vegetazione. In questa tipologia di attività dovranno concorrere anche i privati concessionari: gli stabilimenti dovranno essere integrati come strutture di monitoraggio, nonché dovranno realizzare argini invernali nelle aree di spiaggia loro assegnate, per ridurre le perdite di sedimenti sabbiosi dovute all’azione del vento. In ultimo, futuri interventi urbanistici dovranno prevedere l’arretramento degli stessi stabilimenti e delle strutture di servizio prossime alle spiagge.

Un polo didattico per la ricerca ambientale.

Al fine di migliorare il servizio e sviluppare tecniche nuove e più efficaci, fondamentale sarebbe la realizzazione, sotto la spinta del Comune di Roma, di una struttura di ricerca, ovvero un polo didattico interuniversitario che coinvolga le facoltà legate al tema ambientale delle tre principali Università di Roma (La Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre) e il Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali (DAFNE) dell’Università degli Studi della Tuscia. I rapporti tra il polo interuniversitario e Roma Capitale dovrebbero essere regolati mediante una convenzione attuativa. Il compito dell’inter-ateneo sarà quello di implementare avanzati percorsi formativi di studio e ricerca ambientale, attuare una cooperazione efficace nella valorizzazione delle aree ricadenti sul territorio di Roma, sviluppare tecniche innovative e aprirsi alla formazione in materia di educazione ambientale alla cittadinanza. Vieppiù necessario, in considerazione della presenza di bacini idrografici, laghi e del mar Tirreno, inserire all’interno di questo polo,  sul modello del Centro del Mare dell’Università di Genova, una facoltà di biologia ed ecologia marina.La realizzazione di un apposito dipartimento sulle acque territoriali permetterà il riordino delle informazioni disponibili, il monitoraggio delle dinamiche fisiche riguardanti il territorio costiero e lo sviluppo di ricerche ad hoc sulla salvaguardia degli ecosistemi del litorale romano e del Mar Tirreno.

EXPO 2030: Roma e il Futuro Sostenibile dalle città.     
Roma dovrà inserirsi come capofila delle città sui temi ambientali, ospitando Conferenze Mondiali sul Clima delle Nazioni Unite (COP), promuovendo eventi di ogni dimensioni, coinvolgendo in dibattiti i Ministeri, le fondazioni, le associazioni di categoria e i centri di ricerca. Terminale della strategia ambientale per Roma dovrà essere la candidatura per ospitare il prossimo EXPO 2030, promuovendo come tema il Futuro Sostenibile dalla Città, che possa comprendere tutte le proposte riguardanti la sostenibilità dello spazio urbano, compresa la forestazione. Eventualmente, due tappe propedeutiche a questo grande evento, potrebbero essere le candidature ad altre due expo promosse dal Bureau International des Expositions (BIE), quella orticola e quella sul giardinaggio.

Conclusioni.      
In conclusione, ribadiamo che le proposte contenute in questo documento possono essere un pezzo di una strategia di più ampio respiro, comprendente anche la chiusura del ciclo dei rifiuti, la riqualificazione sostenibile del parco edilizio e il miglioramento del sistema dei trasporti. Mettere in campo una nuova strategia non significa necessariamente rovesciare la gerarchia tradizionale, ma comprendere il nuovo ruolo che la città dovrà assumere nei prossimi anni.

Fino ad oggi abbiamo espulso gli alberi fuori dalle città in favore del progresso ma, come afferma il filosofo Emanuele Coccia: “la foresta non è la preistoria della città ma il suo futuro”. È il momento per gli alberi di tornare tra noi.    
Cominciamo da Roma.

Bibliografia, sitografia e riferimenti:

  • La foresta urbana per la città sostenibile. Verso un inventario italiano dei boschi urbani e periurbani. Serenelli C., Salbitano F., Sanesi G., Brini S. Chiesura A. (a cura di), atti del Secondo Congresso Internazionale di Silvicoltura, Firenze, novembre 2014.
  • Infrastrutture verdi – Rafforzare il capitale naturale in Europa. Comunicazione della Commissione Europea del 6 maggio 2013.
  • Relazione Annuale del Ministero dell’Ambiente, Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico, 2019.
  • Strategia nazionale del verde pubblico. Foreste urbane resilienti ed eterogenee per la salute e il benessere dei cittadini. Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico
  • Renovation Wave for Europe – greening our buildings, creating jobs, improving lives. Comunicazione della Commissione Europea del 14 ottobre 2020.
  • Linee guida per le green city. Green City Newtork (a cura di)
  • Manuale sulle infrastrutture verdi. Basi teoriche e concettuali, termini e definizioni. Progetto Interregionale Central Europe Magic Landscapes – Managing Green Infrastrucrutres (aa.vv)-
  • Linee guida di forestazione urbana sostenibile per Roma Capitale. ISPRA per progetto TURAS, 2015.
  • Verde pensile: prestazioni di sistema e valore ecologico. ISPRA e ATAP, 2012.
  • Regolamento Capitolino del verde pubblico e privato e del paesaggio urbano di Roma Capitale, 2019.
  • Relazione annuale sullo stato dei servizi pubblici locali e sull’attività svolta. Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale, 2019.
  • L’Italia e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Rapporto ASVIS 2020.

[1] https://unric.org/it/alberi-nelle-citta-di-che-cosa-si-tratta/

[2] Su 325 mila alberi, solo 2 mila 155 interventi di potatura nel 2018

[3] 5,2 su 10 il voto espresso dai cittadini sulla qualità del verde pubblico

[4] Ultimo dato disponibile: relazione annuale servizi pubblici Roma Capitale 2019.

[5] https://assets.new.siemens.com/siemens/assets/api/uuid:fddc99e7-5907-49aa-92c4-610c0801659e/european-green-city-index.pdf

[6] https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/11/Ecosistema-Urbano-2020.pdf

[7] https://www.carteinregola.it/wp-content/uploads/2016/09/PROGRAMMA-RAGGi-11-passi-per-portare-a-Roma-il-cambiamento-di-cui-ha-bisogno.pdf

[8] L’Unione Europea definisce l’infrastruttura verde come «Una rete pianificata strategicamente di aree naturali, seminaturali insieme ad altri elementi ambientali, progettata e gestita allo scopo di fornire una vasta gamma di servizi ecosistemici quali ad esempio la depurazione dell’acqua, una migliore qualità dell’aria, lo spazio per il tempo libero, la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, la tutela e l’incremento della biodiversità in ambito rurale e

urbano oltre che nei territori naturali”. Queste reti di spazi verdi (terrestri) e blu (acquatici) permettono di migliorare la qualità dell’ambiente e di conseguenza la salute e la qualità della vita dei cittadini. Essa inoltre sostiene un’economia verde e crea opportunità di lavoro. La rete Natura 2000 costituisce la spina dorsale dell’infrastruttura verde dell’UE».

[9] L’argomento sarà trattato in un articolo futuro.

[10] https://www.minambiente.it/comunicati/ambiente-approvato-dalla-conferenza-unificata-il-decreto-su-forestazione-urbana-30

[11] Delibera giunta capitolina n 307 del 17/10/2014.

[12] Fenomeno che determina temperature maggiori all’interno delle aree urbane

[13] Un esempio di corridoi verdi è Medellin https://www.youtube.com/watch?v=Kv0m2MSIo2s&feature=emb_title

[14] https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/manuali-lineeguida/mlg-78.3-2012-verde-pensile.pdf

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2.1 Roma città del valore. La gestione dei rifiuti.

Tra i tanti discorsi più o meno astratti che circolano nei salotti della politica, quello sulla sostenibilità ambientale, è certamente quello che potrebbe risultare il più concreto in termini di investimenti e di impatto sulla vita delle persone. In una città come Roma, che nella situazione attuale necessita di un profondo ripensamento, investire nell’ambito della sostenibilità ambientale potrebbe rappresentare il volano di uno sviluppo efficace in termini di benessere, qualità della vita e ricadute occupazionali, e distribuito sul territorio, dal centro storico alle periferie.

Gli ambiti di intervento sul tema ambientale possono articolarsi seguendo tre diversi filoni

  1. Qualità dei servizi: gestione dei rifiuti, valorizzazione del verde e dei parchi pubblici.
  2. Qualità degli spazi urbani: decoro e riqualificazione dei quartieri.
  3. Qualità dell’aria: mobilità ed efficientamento energetico.

La cattiva gestione dei rifiuti è certamente tra gli argomenti più sentiti dai cittadini romani che, oltre a vedere la propria città costantemente sporca, subiscono anche le beffa di pagare per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti una tariffa tra le più alte d’Italia.

Tra le varie difficoltà va inquadrata prima di tutto la situazione di AMA e il suo ruolo all’interno della vicenda.

AMA (Azienda Municipale Ambiente) è la società totalmente controllata dal Comune di Roma che “gestisce” la raccolta, il trasporto, il trattamento, il riciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti oltre all’espletamento dei servizi cimiteriali e al mantenimento del decoro urbano. Ogni anno il Comune di Roma sulla base del Piano finanziario di AMA definisce la tariffa sui rifiuti (TaRi) necessaria a coprire i costi di gestione previsti per l’anno successivo.

Oltre ai ben noti problemi in cui versa l’azienda, uno fra tutti l’approvazione del bilancio che manca dal 2017, l’AMA possiede un deficit impiantistico che non consente la corretta ed efficiente gestione e chiusura del ciclo dei rifiuti sia per quanto riguarda la frazione differenziata sia per quella indifferenziata. Basti pensare che l’ultimo impianto entrato in esercizio è il TMB (trattamento meccanico biologico per l’indifferenziata) Salario nel lontano 2008, oggi chiuso in seguito ad un incendio. Solo una minima parte della frazione indifferenziata viene trattata dall’unico impianto di AMA oggi in servizio, quello di Rocca Cencia, oltretutto sotto sequestro per violazioni ambientali[1]. La restante parte viene conferita, con maggiori costi, ad impianti privati in Provincia di Roma e fuori Regione.  Anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) segnala una carente programmazione delle infrastrutture da parte sia della Regione che del Comune e un’insostenibile fragilità impiantistica che espone il sistema di gestione dei rifiuti a crisi periodiche.[2]

Eppure, la politica, il cui unico scopo sembra ormai essere quello di passare indenne il breve arco temporale di governo, preferisce non intervenire, e quindi non investire, pur di non assumersi la responsabilità di scegliere, mediando tra soluzioni capaci di gestire l’immediato in maniera più efficace e rispettosa dell’ambiente e soluzioni che guardino all’obiettivo futuribile ma ancora troppo ambizioso del riciclo totale del rifiuto.

Ma una strada percorribile, non priva di difficoltà, esiste e richiede come sempre scelte precise e perseguite nel tempo, capaci di introdurre tutte le tecnologie disponibili per ogni fase del processo, dalla raccolta al trattamento e allo smaltimento del rifiuto. Indipendentemente da come raggiungerlo, un obiettivo non solo realistico ma addirittura doveroso è sicuramente quello indicato per il 2035 dall’Unione Europea, ovvero il 65% di raccolta differenziata e uno smaltimento in discarica fino ad un massimo del 10%. A questo obiettivo vanno affiancati quelli derivanti dal nuovo piano dei rifiuti della Regione Lazio, che spinge Roma verso una soluzione in casa della gestione dei propri rifiuti.

L’obiettivo europeo, per la complessità del territorio romano, è sicuramente quello più realistico perché introduce un elemento di progressione intelligente e sostenibile della gestione dei rifiuti e del superamento totale del rifiuto non differenziato, ed è sicuramente più credibile dalle previsioni di AMA e dello slogan lanciato nel 2018 dalla giunta Raggi che indicava per il 2021 una raccolta differenziata al 75%, oggi ferma al 44%. Per Roma, un obiettivo più sfidante, ma realistico, che tenga conto delle accelerazioni in atto verso il riciclo del rifiuto e di un maggiore sensibilità generale è sicuramento quello di traslare al 2030 le indicazioni europee (65% raccolta differenziata).

Un obiettivo meno emozionante ma equilibrato può contribuire anche ad approfondire un tema spesso messo in ombra dall’esasperato bisogno di comunicare all’opinione pubblica un valore percentuale di differenziata che non rappresenta tutta la verità. Differenziare e quindi recuperare materiali come carta, organico, plastica, vetro, etc rappresenta un vantaggio per il Comune, in quanto ha la possibilità di vendere tali materiali recuperati come materie prime, definite “secondarie”, alle industrie che ne necessitano (es. cartiere). I ricavi ottenuti dalla vendita consentono da un lato di migliorare il servizio di gestione dei rifiuti e dall’altro di ridurre la tariffa pagata dai residenti. Tali benefici sono ovviamente tanto maggiori quanto più grande è il ricavo ottenuto dalla vendita e quindi quanto più alta è la quantità e la qualità del materiale messo in vendita. La qualità dipende da due fattori: il grado di accuratezza con il quale i cittadini separano a monte i materiali recuperabili e la capacità impiantistica che consente di trattare e “ripulire” i vari rifiuti, aumentandone il valore commerciale.

Analizzando nel dettaglio il ciclo dei rifiuti risulta evidente come Roma, oltre ad avere un valore di differenziata quantitativamente più basso della media nazionale (circa il 55%), presenta una forte carenza impiantistica che non ne consente la valorizzazione economica. Nei pochi casi in cui il trattamento viene fatto da AMA (circa il 3% della frazione differenziata), a causa della bassa qualità del materiale differenziato, più di un terzo viene conferito in discarica.

Confronto Costi-Ricavi Gestione Raccolta differenziata

In definitiva, come evidenziato anche dal grafico sopra, il solo aumento quantitativo (dal 25% del 2012 al 44% del 2018) della raccolta differenziata negli anni, non è stato accompagnato da una dotazione impiantistica adeguata e da una forte sensibilizzazione ed incentivazione della popolazione sul tema. Queste mancanze hanno portato negli anni ad un aumento del costo della gestione dei rifiuti differenziati ma, contrariamente a quanto dovrebbe accadere, una diminuzione dei ricavi ottenuti dalla vendita[3].

Per quanto riguarda la frazione indifferenziata, mentre la quantità raccolta è sicuramente diminuita, i costi per la sua gestione sono rimasti pressoché costanti e sono addirittura aumentati subito dopo la chiusura del TMB Salario, confermando che l‘uso indiscriminato di impianti di trattamento privati e il trasferimento fuori Comune rendono insostenibile l’intero processo, non solo in termini economici ma anche in termini di impatto ambientale. Per comprendere meglio dove si annidano le criticità che portano alla situazione di emergenza, che è sotto gli occhi di tutti, basta un rapido sguardo ai dati sull’intero processo del ciclo dei rifiuti, che evidenziano una limitata autonomia da parte di AMA e quindi del Comune di Roma.

Ciclo dei rifiuti di Roma (2018-2019)

La mancanza di impianti che chiudono il ciclo di vita del rifiuto – permettendo da un lato di trattare il rifiuto indifferenziato (oggi AMA ne tratta solo il 24%) e dall’altro di valorizzare i materiali differenziati da rimettere sul mercato (oggi AMA ne tratta solo il 3%) – ha prodotto un aumento della spesa di AMA, condizionandola ai rapporti contrattuali con i privati e ai trasferimenti emergenziali fuori Regione.

Aumento Costi Gestione dei Rifiuti a discapito del lavaggio e dello spazzamento strade di Roma

Per contro bilanciare l’aumento della spesa è stato necessario diminuire fortemente le risorse destinate al servizio di spazzamento e pulizia strade, come evidente dal grafico sopra. Dal 2013 al 2020 infatti, oltre un quarto delle risorse destinate al decoro urbano (circa 50 milioni di euro)[4] sono state utilizzate per inviare rifiuti fuori Roma, con un evidente peggioramento della pulizia delle strade, soprattutto nelle aree definite periferiche, lontane dagli occhi di chi frequenta quella piccola porzione di città che oggi sembra essere ad uso e consumo dei turisti e delle istituzioni.

Tale deficit impiantistico non sembra preoccupare l’Amministrazione Comunale, come dimostrano sia i piani investimenti di AMA approvati per il 2019 e il 2020 dalla stessa Amministrazione, nei quali non sono destinati fondi per potenziamenti o realizzazione di nuovi impianti, sia la mancata approvazione, nel disinteresse generale, del “nuovo” piano industriale di AMA 2020-2024.

Nella bozza del nuovo piano industriale AMA è prevista la realizzazione di ben dodici impianti e una revisione al ribasso della raccolta differenziata (60% al 2025), ma non è presente nessun riferimento ad una discarica di servizio e ad un termovalorizzatore, elementi ancora necessari per poter chiudere il ciclo dei rifiuti e rendere Roma totalmente autonoma. Tale bozza, se approvata, rappresenterebbe un passo avanti almeno negli intenti, ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà e all’inadeguatezza di AMA nel dar seguito agli investimenti programmati finora.

Nel periodo 2013-2017, ad esempio, sono stati programmati investimenti per circa 230 milioni di euro, ma meno del 50% sono stati effettivamente realizzati e solo il 15% di quelli destinati al potenziamento degli impianti.

Questo solleva interrogativi a cui la politica dovrebbe finalmente dare risposta. È a questo punto lecito dubitare delle capacità di AMA o per lo meno auspicare un ripensamento del suo ruolo? Ci sono nella realtà romana altri attori istituzionali che potrebbero farsi carico di parte de problema. In quest’ottica chi scrive ritiene ad esempio che, ispirandosi al modello milanese, si potrebbe guardare con interesse alla Società Acea, controllata per il 51% dal Comune di Roma Capitale, con un fatturato di circa 3 miliardi di euro e competenze importanti nel trattamento dei rifiuti e nella termovalorizzazione. Nell’ultimo piano industriale di Acea 2020-2024 sono previsti, nell’ambito degli impianti di trattamento dei rifiuti, circa 445 M€.[5]

In linea con la precedente proposta di riorganizzare i poteri amministrativi tra il Comune di Roma e i Municipi, crediamo che una soluzione efficace potrebbe essere quella di mantenere in AMA la gestione della raccolta dei rifiuti e del servizio di spazzamento e lavaggio, delegandone a Municipi-Comuni la competenza e quindi di stabilire e controllare modalità e frequenza della raccolta. Dovrà invece essere mantenuta a livello comunale, attraverso la capacità di investimento del Gruppo Acea, la gestione della parte impiantistica, ovvero lo smaltimento e il trattamento dei rifiuti indifferenziati e la valorizzazione dei rifiuti differenziati.

Le migliori competenze gestionali e di investimento della Società Acea, insieme ad una maggiore conoscenza del territorio da parte dei Municipi-Comuni e ad un rapporto più diretto con la cittadinanza, consentirà interventi più efficaci ed efficienti nella gestione della raccolta e del trattamento dei rifiuti.

Modificato l’assetto gestionale del ciclo dei rifiuti, Acea dovrà predisporre un piano industriale capace di prevedere la realizzazione di nuovi impianti di compostaggio per l’organico, nuovi impianti per la valorizzazione della carta, del vetro e della plastica e sicuramente, per una gestione realistica e progressiva dei rifiuti indifferenziati, due TMB con recupero del biometano, una discarica di servizio nella quale conferire non più del 10% degli scarti e un termovalorizzatore per lo smaltimento della frazione combustibile proveniente dai TMB.

I motivi dell’inquinamento dell’aria a Roma – Confronto 2005 – 2015

In particolare quest’ultimo, intorno al quale c’è un’ostilità incomprensibile, rappresenta ad oggi una soluzione complementare alla raccolta differenziata che oltretutto, mediante la produzione energia elettrica per circa 8 mila famiglie e in prospettiva la creazione di una rete di teleriscaldamento per circa 15 mila abitazioni, consente di ridurre le emissioni in atmosfera delle caldaie condominiali (tra i principali responsabili di inquinamento a Roma)[6] e di ridurre l’impatto ambientale del trasporto dei rifiuti romani fuori regione per trattamento e smaltimento. C’è inoltre la possibilità da parte del Comune o del Municipio-Comune di stipulare accordi con Acea che prevedono il trasferimento di risorse economiche per mitigare l’impatto ambientale che l’impianto di termovalorizzazione ha sul territorio. Tali risorse potranno essere impiegate per interventi ambientali tra cui il miglioramento del trasporto pubblico, la realizzazione delle piste ciclabili, bonifiche.[7]

Si tratta di un investimento di circa 350 milioni di euro da spalmare su quattro anni, sicuramente nelle corde di una società solida come Acea e tra le priorità di una città come Roma che spende ogni anno circa 200 milioni di euro per il trasporto fuori Regione dei propri rifiuti. Con una chiara indicazione politica e una chiara assunzione di responsabilità, Roma potrebbe ritrovarsi in soli quattro anni con le risorse necessarie da dirottare alla cura del decoro urbano.

Il ciclo dei rifiuti di Roma proposto

Contestualmente, anche grazie alle nuove risorse, i Municipi-Comuni, attraverso i circa 7.800 dipendenti di AMA, potranno incrementare, ma soprattutto migliorare, dal punto di vista qualitativo, la raccolta differenziata, attraverso la disincentivazione dell’indifferenziata, l’implementazione, dove possibile, della raccolta porta a porta, la realizzazione di mini-centri di conferimento accessibili solo ai residenti, il potenziamento e la realizzazione di nuovi centri di raccolta ecologici e l’intensificazione dei controlli con l’inasprimento delle sanzioni amministrative. Per il raggiungimento di tali obiettivi sono disponibili numerose tecnologie già adottate in altri grandi centri urbani.

Una città complessa e urbanisticamente diversificata come Roma non può far riferimento ad una sola modalità di raccolta, ma ne vanno implementate diverse. La nuova normativa[8] inoltre obbliga i Comuni a superare la TaRi e ad applicare una tariffa puntuale per l’utente, rendendo, almeno in parte, il costo della bolletta effettivamente legato al quantitativo di rifiuti indifferenziati prodotti. Ovviamente anche dal raggiungimento di questo obiettivo, Roma è ben lontana e sopravvive nella speranza di proroghe e rinvii.

L’applicazione della nuova tariffa puntuale obbliga quindi AMA alla misurazione del peso e/o del volume che ogni cittadino conferisce nei cassonetti dell’indifferenziata. Dove non è possibile il porta a porta dovranno essere sostituite le aperture dei cassonetti stradali che avranno dispositivi capaci di pesare e accettare un volume limitato. Il conferimento dell’indifferenziato potrà avvenire solo attraverso l’uso della tessera sanitaria in modo da poter prevedere variazioni della tariffa in funzione del peso di indifferenziata conferita. Contestualmente, si potranno installare sensori capaci di segnalare il riempimento del secchione e quindi inviare un automezzo per lo scarico solo se necessario, con conseguente ottimizzazione e riduzione dei costi di raccolta.

Il tardivo svuotamento dei secchioni stradali rappresenta un fattore importante per due aspetti. In primo luogo, provoca l’uso improprio dei cassonetti dedicati alla raccolta differenziata e quindi la riduzione della qualità della raccolta differenziata con gli evidenti svantaggi precedentemente analizzati. In secondo luogo, il rifiuto differenziato abbandonato in strada viene trattato come indifferenziato e quindi spesso inviato fuori regione contribuendo all’aumento dei costi generali.

Per incrementare la raccolta differenziata, agevolando il recupero del rifiuto e disincentivando l’abbandono in strada, va necessariamente potenziata la rete dei centri di raccolta ecologici, ovvero quegli spazi sorvegliati e messi a disposizione gratuitamente dal Comune, agli utenti domestici che pagano la tassa dei rifiuti. In questi centri è possibile conferire i rifiuti urbani ingombranti, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e quelli pericolosi (che non possono essere gettati nei tradizionali cassonetti).

In relazione ai centri di raccolta, l’obiettivo è definito dai livelli minimi di igiene urbana rappresentati da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Per una città come Roma andrebbe previsto un centro di raccolta ogni 50 mila abitanti. Roma ne possiede solo 13 (in media uno ogni 250 mila abitanti), di cui uno (La Storta) limitato al solo conferimento di sfalci e potature, e ben sei dei quindici Municipi ne risultano sprovvisti.

Sono possibili, inoltre, interventi a costo zero capaci di aumentare la frazione differenziata ed aumentarne la qualità. Pensiamo, per esempio, a rendere obbligatoria la stesura di un piano di gestione dei rifiuti da parte degli Ospedali, delle Amministrazioni Pubbliche e dalle Aziende private e controllate presenti sul territorio oppure all’incentivazione della raccolta degli oli esausti presso i supermercati, dei farmaci scaduti presso le farmacie e le batterie presso i tabacchi.

Inoltre, la creazione di un fondo municipale, finanziato dalle sanzioni amministrative, contestualmente al risparmio derivante da una gestione più virtuosa del ciclo di raccolta dei rifiuti, sarà reinvestito, in una prima fase nel miglioramento della qualità del servizio e del decoro urbano e in una seconda fase per ottenere una riduzione della tariffa.

Roma ha le risorse e la forza per valorizzare i propri rifiuti costruendo una sensibilità comune e una rete infrastrutturale capace di rendere il problema di oggi un’opportunità per domani.


[1] https://www.romatoday.it/politica/sequestro-impianto-rocca-cencia-tmb-tutto.html

[2] Delibera numero 888 del 28 ottobre 2020

[3] Fonte: Elaborazione ACOS su piani finanziari AMA negli anni.

[4] Piani Finanziari AMA, consuntivi anni precedenti

[5]https://www.gruppo.acea.it/content/dam/acea-corporate/acea-foundation/pdf/it/gruppo/investitori/2020/presentazioni/piano-industriale-2020-2024.pdf

[6] ISPRA – XIV Rapporto qualità dell’ambiente urbano – link pubblico

[7] Le attività del termovalorizzatore hanno trasferito nel bilancio 2019 del Comune di Parma circa 600 mila euro

[8] DM del 20 aprile 2017

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0. Roma Città Mondo. Il Governo della Città

Quando entreremo nel vivo della campagna elettorale verranno dette molte cose.

Tra le questioni, che qualche voce fuori dal coro porrà all’attenzione del dibattito politico, c’è quella, mai risolta, di cosa vuol dire per Roma essere la Capitale d’Italia, concetto praticamente relegato a nozionismo geografico, scritto lì nella Costituzione ma mai fatto proprio dallo Stato.

Ma la vicenda “Capitalenon rientra nelle priorità della politica nazionale che invece, continua a denigrare Roma e i romani, trascurandone le potenzialità ed enfatizzandone i difetti. In un futuro sempre più influenzato da metropoli e mega città capaci di attrarre a sé capitale umano e finanziario non è pensabile sottovalutare il ruolo geopolitico di Roma e i benefici che può trasmettere all’intero Paese.

Termini come “Roma Ladrona” e “Salva Roma” hanno dato un’immagine spesso sbagliata e come al solito superficiale della questione romana. Sia chiaro, non si vuole giustificare una gestione non sempre efficacie di una città che versa in una condizione di affanno perenne ma, allo stesso tempo, non possiamo accettare una classificazione per slogan di una area metropolitana vasta, complessa e dinamica, che rappresenta la seconda provincia in termini di ricchezza prodotta. Un’area metropolitana di eccellenza in vari campi del settore industriale, dei servizi, della sanità e della formazione che ha al suo interno la gestione di un patrimonio culturale unico e di una concentrazione di organismi nazionali ed internazionali che fanno di Roma la capitale della diplomazia. Non ultimo, uno Stato nella città a proiezione universalistica che attrae a sé milioni di fedeli da ogni parte del mondo, che guardano a Roma come il centro della cristianità. Eppure, se non bastasse questo a dare a Roma i poteri che merita, un confronto con il resto d’Europa dovrebbe convincerci del contrario. Quasi tutti i grandi paesi europei hanno dotato le loro Capitali di una struttura giuridico-formale diversa dalle restanti città. È il caso della città-stato di Londra, dello stato federale di Berlino, della comunità autonoma di Madrid e del dipartimento di Parigi, capaci di delineare in maniera sicuramente più autonoma il proprio percorso di crescita e di sviluppo supportati da uno Stato forte e consapevole delle peculiarità e dell’attrattività di una Capitale.

È evidente, come Roma non sia mai stata trattata da Capitale, e lo si vede non solo nell’ordinamento ma anche dal confronto dei trasferimenti che gli altri Stati riservano alle proprie Capitali. Dall’analisi delle entrate di bilancio 2018, Roma si sostiene grazie a risorse proprie per circa il 77% mentre circa il 23% è rappresentato da trasferimenti centrali e regionali.  Solo Parigi, che comunque ha un ordinamento dipartimentale simile alle nostre vecchie provincie, presenta il valore più basso dei trasferimenti intergovernativi[1], ma gli investimenti statali sono tali da giustificarne il motivo, basti pensare al Gran Paris Express, un progetto da circa 30 miliardi di euro che porterà alla realizzazione di 200 km di metropolitana entro il 2030.

 CapitaleRisorse Proprie (%)Trasferimenti intergovernativi + Tasse condivise (%)
Londra (2015)31.268.8
Berlino (2014)30.369.7
Madrid (2015)48.351.7
Confronto trasferimenti intergovernativi capitali europee [1]

Per ridare il ruolo che manca ad una città come Roma c’è bisogno, prima di tutto, di un ordinamento speciale, come iscritto nell’art. 114 della Costituzione, al quale non si è dato seguito da quasi 20 anni. In secondo luogo, è necessaria un’idea di città globale che superi i confini della Roma attuale e si proietti ad una programmazione degli investimenti e ad una gestione della cosa pubblica che interessi l’intera area metropolitana di Roma. Un’idea capace di mediare le esigenze contrastanti che ci sono e ci saranno tra il centro di Roma, l’estrema periferia di Roma e i territori dei Comuni limitrofi. Un’idea capace di valorizzare e rilanciare un’amministrazione pubblica sempre più distante dai tempi e dalle esigenze dei cittadini e mettere in collaborazione il primo polo universitario d’Italia con le tante imprese presenti sul territorio.

Quindi, ridata dignità a Roma attraverso un nuovo ordinamento, parte delle disposizioni speciali saranno trasferite alla Città Metropolitana di Roma Capitale, trasformata finalmente in un ente direttamente eletto dal popolo.   

È in quest’ottica che va inquadrato il futuro dei Municipi di Roma che, trasformati in veri e propri Comuni, dovranno avere un bilancio autonomo e gestire la maggior parte dei servizi di prossimità quali la manutenzione delle strade locali e del verde, le scuole di prima infanzia, la polizia locale, il decoro e la rigenerazione urbana, i servizi sociali, la raccolta dei rifiuti. Mentre trasferire alla Città Metropolitana la pianificazione, la gestione dei trasporti e delle grandi opere, la pianificazione territoriale e la tutela alla salute.

Chiarito il ruolo che spetta ai nostri territori siamo in grado di delineare una nuova idea per Roma e quindi per i nostri Municipi a cui ancorare le nostre proposte e le nostre iniziative, al fine di riscontrare le articolate esigenze dei cittadini.

Liberare Roma dall’essere una città qualunque e finalmente trasformarla in città mondo rappresenta un impegno non riconducibile a logiche di parte, ma richiede il concorso e la collaborazione di tutte le comunità civiche e di tutte le forze democratiche, siano esse di governo o di opposizione.


[1] International Comparison of Global City Financing – A Report to the London Finance Commission prepared by Enid Slack. Institute on Municipal Finance and Governance Munk School of Global Affairs University of Toronto – October 2016