Il processo di urbanizzazione delle città ha portato prima alla nascita della coppia binaria città/campagna e, successivamente, di quella città/verde. Riguardo quest’ultima dicotomia, uno degli (ambiziosi) obiettivi che le nostre proposte Ecoquartieri (parte 1 e parte 2) e Infrastruttura Verde si pongono è quello di trovare il concetto mediano, adattando le policy in relazione alla ormai conclamata concezione paesaggistica di uniformare i tessuti urbani grigi e verdi. Nello specifico, la realizzazione di una infrastruttura verde capillare alla città di Roma e la realizzazione di nuove tipologie di neighborhood ecosostenibili mutano profondamente il significato di rigenerazione urbana, declinandolo in termini di transizione ecologica.

Nel XVIII secolo le città europee hanno iniziato a concepire il giardino pubblico come semplice elemento estetico-ricreativo. Più prossima a noi è, invece, l’idea di Frederick Law Olmsted quando, progettando Central Park, lo ha inteso “non solo come luogo di piacere per l’uomo, ma come spazio catalizzatore e creatore di una cultura omogenea e democratica” (Girau, 1998). Emersa la (frammentata) società post-industriale, il rinnovamento nella progettazione ha sempre più teso ad assicurare uno spazio di vita all’interno di una trama ecologica. Un esempio cangiante è il Parc de la Villette di Parigi, ideato nel 1983 dall’architetto Bernard Tschumi, il quale ha posto al centro l’elemento qualitativo del parco inteso come rafforzamento del rapporto uomo-natura. Oggi il parco deve essere parte integrante della città: la sua progettazione, la sua gestione non deve riguardare solo gli spazi verdi ma coinvolgere tutto il contesto urbano.

A Roma, come un po’ in tutta Italia, il parco urbano vive un costante stato di crisi, figlio di carenze in fase di progettazione e insufficienti modelli gestionali.  La strada che proponiamo di imboccare viene indicata proprio da Tschumi, secondo il quale nei parchi urbani devono essere inserite nuove funzioni basate “sulla cultura, sull’educazione e sul divertimento e non più su una utilizzazione puramente estetica e passiva”. Bisogna quindi tentare di ripensare il parco urbano oltre le funzioni estetica ed ecologica, aprendo questo spazio anche ad altre funzioni per trasformarlo in luogo produttivo, elemento dell’offerta turistica della città, occasione economica di sviluppo. Annettere queste tre regioni permetterebbe di superare un’ulteriore dicotomia, tutta intrinseca al parco: quella tra estetica e funzionalità.

Parc de la Villette, Parigi (Philippe Guignard, 2018)

Le nuove funzioni del parco possono muoversi secondo alcune direttrici:

  • Relax. Funzione fondamentale del parco, da prevedere in aree ombreggiate, tranquille, lontane dalle strade e dalle porzioni di parco dove vengono svolte attività più rumorose.
  • Percorsi. Pedonali e ciclopedonali, da costruire nel rispetto degli spazi esistenti e comunque in modo da essere percorsi agevolmente anche da persone con difficoltà motorie. Opportunamente illuminati, hanno lo scopo di collegare le varie zone interne e integrarsi nel sistema di mobilità dolce cittadino, fungendo da punti di accesso al parco e di attraversamento della città.
  • Ludica. Realizzare aree giochi con materiali naturali e in strutture innovative, in grado di stimolare una nuova percezione del luogo. Secondo la cultura omogenea e democratica di cui abbiamo scritto prima, predisporre giochi e strutture ludiche adatte a persone con bisogni speciali.
  • Didattica. Deve comprendere non solo gli elementi descrittivi della flora e della fauna del luogo, ma anche giardini condivisi, fattorie urbane, orti sociali e strutture adatte a ospitare aule scolastiche, universitarie, postazioni di co-working e spazi per la lettura.
  • Sport. Oltre alla realizzazione di postazioni fisse, nel periodo estivo determinate aree del parco possono essere affidate a bando a palestre per lo svolgimento di attività all’aria aperta.

In fase di progettazione, inoltre, devono essere pensate aree ristoro e spazi multifunzionali da utilizzare temporaneamente per teatro, musica dal vivo, arene cinematografiche e mercati di prodotti artigianali o di agricoltura a km zero.

Esempi  di questa nuova idea di parco non mancano: un interessante progetto è  il Rethinking Parks[1], sviluppato dalla fondazione inglese NESTA (National Endowment for Science, Technology and the Arts), che promuove azioni innovative di attività, management e finanziamento dei parchi della Gran Bretagna.

Nello sviluppo di un nuovo concetto di parco urbano, molto importante è anche la relazione con altre città: Roma Capitale potrebbe aderire alle principali associazioni mondiali di parchi urbani, come la World Urban Parks[2] e la City Parks Alliance[3] , al fine di condividere modelli e best practices. Inoltre potrebbe svolgere un importante ruolo attivo nella nascita di un network sui parchi urbani all’interno delle Istituzioni Europee. Ciò richiede necessariamente che la politica allarghi lo spazio di visione, attivando processi più ampi nei territori, avvii nuove forme di co-partecipazione nella progettazione e pensi a innovative pratiche di gestione dei parchi urbani.

In conclusione, il parco urbano non può essere più considerato solo come agente compensatore dello squilibrio ambientale, né tantomeno un elemento isolato all’interno della trama urbana. È uno spazio vivo perché l’agire umano si manifesta e può farlo a patto che le attività rispettino al massimo grado l’ecosistema del parco stesso. Ripensare le città  non esclude ripensare ai parchi cittadini.


[1] https://www.nesta.org.uk/project/rethinking-parks/

[2] https://wup.imiscloud.com/

[3] https://cityparksalliance.org/