Ogni specie vivente occupa una posizione all’interno di un ecosistema: le coordinate fisiche, chimiche e biologiche che ne permettono l’esistenza in questo spazio rappresentano la nicchia ecologica. In un certo senso le città sono nicchie ecologiche realizzate dall’uomo e modellate secondo le necessità delle grandi narrazioni dominanti: religione, mercato, guerra, industria. La forma dello spazio urbano che percepiamo, conosciamo e decodifichiamo, ricca di edifici e di strumenti della tecnica, nata per ospitare un elevato numero di persone, nasce proprio a seguito delle rivoluzioni industriali, in quanto il sistema produttivo necessitava di vicinanza e coabitazione.

Oggi tre diversi fattori mettono in discussione l’entità urbana: il cambiamento climatico, la crescente dematerializzazione dello spazio e del tempo dovuta alle tecnologie dell’informazione, e, in ultimo, la diffusione dell’epidemia dovuta al COVID-19. Partiamo da quest’ultimo: la pandemia ha evidenziato due sostanziali contraddizioni dell’ambiente antropizzato. La prima riguarda i lockdown: negare le pratiche umane negli spazi urbani è stato come negare la nicchia ecologica stessa, rimpicciolitasi all’interno dei nostri appartamenti. Le città vuote sono la negazione stessa della città, come in un film apocalittico. La seconda contraddizione ci è stata recapitata direttamente sugli schermi dei nostri device dalle immagini della “natura che riprende i suoi spazi”: la chiusura degli impianti industriali, la mancata presenza sul luogo fisico di lavoro, l’assenza di circolazione di veicoli hanno messo in luce la tossicità delle attività umane all’interno della nicchia.

A questo punto arriviamo al primo fattore: il climate change. Le nostre pratiche stanno accelerando il cambiamento climatico, gli esempi sono davanti ai nostri occhi: riscaldamento globale, modifiche dei regimi di precipitazione (es. bombe d’acqua), alluvioni, desertificazione, innalzamento ed inacidimento degli oceani. Le recenti ondate di caldo estremo in Nord America o le bombe d’acqua degli scorsi giorni in Germania e Belgio sono l’ennesimo campanello d’allarme che risuona.

Su queste premesse abbiamo iniziato a ragionare alle proposte di Infrastruttura Verde ed Ecoquartieri, localizzando su Roma dei concetti che, a nostro parere e con i dovuti aggiustamenti, possono essere replicabili altrove. Ma quali sono i principi alla base di queste idee? È nell’ambito di queste proposte che intendiamo introdurre le Nature-Based Solutions, un termine ancora poco diffuso, ma che via via si sta facendo largo anche tra gli addetti ai lavori e i policy maker.

Partiamo dalle definizioni. Secondo la codifica della Commissione Europea, le Nature Based Solutions (NBS) sono “soluzioni inspirate e supportate dalla natura, economicamente convenienti, che forniscono contemporaneamente benefici ambientali, sociali ed economici, supportando la costruzione di resilienza”. Architrave di questo approccio è dato dalla sostituzione (o integrazione) di funzioni ottenute mediante risorse non rinnovabili con risorse naturali.

Sostanzialmente, NBS è una definizione ombrello che racchiude tutta una serie di interventi con obiettivi multipli:

  • mitigazione e adattamento al cambiamento climatico (riduzione fenomeno isola di calore, riduzione impatto bombe d’acqua);
  • rigenerazione urbana;
  • management degli spazi verdi;
  • management delle acque (riduzione dell’impatto dei fenomeni temporaleschi);
  • riduzione dell’inquinamento atmosferico e aumento della qualità dell’aria (sequestro CO2);
  • incremento della biodiversità;
  • tutela delle coste;
  • aumento della qualità della vita, della salute pubblica e della giustizia sociale.

Singolarmente le NBS sono soluzioni tecniche – alternative a quelle tradizionali – che usano, si ispirano o imitano elementi naturali per rispondere a un’esigenza di carattere prettamente funzionale. Tali soluzioni si caratterizzano inoltre per la possibilità di essere aggregate in sistemi multifunzionali in grado di generare significativi valori aggiunti superiori alla semplice sommatoria delle parti[1]. Con la nostra proposta mettiamo in campo per Roma “una strategia di intervento capace di connettere tra di loro parchi, viali alberati, verde pensile, tetti verdi, aree agricole e archeologiche, boschi, fiumi, mare e strutture di servizio al cittadino creando un’unica infrastruttura verde, diffusa e fruibile”. Nella fase di approfondimento abbiamo potuto riscontrare come le nostre proposte rispecchino le caratteristiche essenziali elencate da Naumann (2011), Hansen e Pauleit (2014), che hanno definito parametri e condizioni di esistenza delle infrastrutture verdi.

Le Infrastrutture Verdi seguono la condizione della massa critica: ogni singolo albero piantato in una città fa parte dell’Infrastruttura Verde solo se inserito in un habitat (un corridoio o una rete ecologica) che ne garantisce una funzione più ampia. Inoltre, non devono rimanere episodi isolati di città, ma comprendere connessioni multi scalari per realizzare un continuum verde, aprendo a “una nuova visione del paesaggio urbano, non più come mosaico di ambiti isolati e di omogenea caratterizzazione, ma come una rete di paesaggi compositi, dove ciascun ambito è inserito in una pianificazione retta da un sistema di interdipendenze[2]. Un continuum verde multilivello: dalle aree protette nazionali ai parchi regionali, passando per interventi a livello comunale, di quartiere e penetrando gli spazi fino ai singoli edifici o a porzioni di essi.

Le infrastrutture verdi devono integrarsi con le altre infrastrutture urbane secondo relazioni fisiche e funzionali (es. sistema dei trasporti, sistema di gestione delle acque, asset culturali) e devono poter sostituire – nel limite delle loro possibilità – quelle grigie e artificiali; quando questo non è possibile devono integrarsi, come avviene nei progetti di recycled landscape o nella nostra proposta degli Ecoquartieri. In ultimo, è sbagliato pensarle soltanto per la fruizione passiva: alle necessarie funzioni ecologiche devono legarsi funzioni sociali, economiche e culturali. L’accesso agli spazi verdi è una questione di giustizia e di equità sociale.  

Definire tutti gli elementi NBS di una Infrastruttura Verde è un’operazione complessa ma è necessario rendere visibile ciò di cui abbiamo parlato in queste righe, perciò vi proponiamo un breve elenco non del tutto esaustivo, ma che può fornire un quadro generale:

  • Aree protette (Parchi e Siti Natura2000), foreste, praterie, laghi, fiumi, mari;
  • Aree di ripristino (habitat creati e/o ecosistemi ripristinati);
  • Parchi, giardini, boschi, prati;
  • Sistemi di drenaggio urbano, rain garden[3];
  • Giardini pensili, tetti e facciate verdi;
  • Elementi di connettività per la fauna selvatica;
  • Corridoi ecologici urbani;
  • Elementi di arredo urbano (green parklet[4], interventi di vegetalizzazione, pavimentazioni permeabili e porose);
  • Fattorie urbane.
Elementi delle Infrastrutture Verdi

Esistono numerosi progetti europei, che da tempo si occupano di mettere in relazione città, individuare best practices replicabili e favorire lo scambio di conoscenze, mostrando risultati incoraggianti. Alcuni di questi hanno realizzato una cassetta degli attrezzi, ma la strada è ancora tortuosa: è necessaria una legge nazionale per definire natura e caratteristiche delle Infrastrutture Verdi che fornisca linee di indirizzo a Regioni ed Enti Locali. Servono investimenti nel settore vivaistico, agevolazioni fiscali per i privati (per esempio inserire i giardini pensili o i tetti verdi come intervento trainato nel Bonus 110%). Negli ultimi tempi, inoltre, si stanno aprendo interessanti prospettive di ricerca in soluzioni di smart engineering, che possono risultare efficaci.

Per Roma la sfida è ancora più difficile quanto impegnativa: intervenire su abusivismi ormai condonati, dedicare e formare dipendenti pubblici, implementare procedure chiare e precise. Sfidare singolarmente il climate change è impossibile, crediamo nella forza di un supporto corale e condiviso. Da parte nostra, abbiamo lanciato un side project, una pagina Facebook “Infrastrutture Verdi e Nature Based Solutions”, per attivare e alimentare il dibattito. Non ci prefiggiamo il rilancio della natura spontanea ma una nuova infrastruttura con nuovi modelli per le nostre città, partendo da Roma. Una nuova nicchia ecologica.


[1] Il ruolo delle Nature-Based Solutions nel progetto architettonico e urbano (Mussinelli, Tartaglia, Bisogni e Malcevschi), Technè vol. 15 (2018).

[2] https://www.aboutplants.eu/notizie/opinioni/i-diversi-modi-di-valutazione-delle-citt-verdi

[3] I SUDs e i rain garden mirano a controllare il flusso dell’acqua piovana sul suolo. La loro forma e la loro composizione permette di trattenere circa il 50% delle precipitazioni, raggiungendo un’aiuola nella quale vengono coltivate delle specie arboree. Sono progettati per svuotarsi entro 24 ore (per evitare ristagni), ma possono essere allacciati a un sistema per il raccoglimento e conservazione delle acque per un futuro riutilizzo, risparmiando così risorse idriche.

[4] I green parklet consistono nella trasformazione a verde di spazi urbani interstiziali, restringendo incroci stradali o eliminando parcheggi.