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Roma, secondo dopoguerra. È da qui che bisogna partire per comprendere la forma attuale della capitale e proporne una totalmente diversa e più conforme alle esigenze della nuova cittadinanza. Un nuovo senso della città che abbia una programmazione chiara e netta e che ribalti totalmente la funzione esistente.

La città, all’indomani delle distruzioni belliche, si ritrova ad essere luogo di accoglienza. Qui si riversano migliaia di persone, di famiglie che scappano dalla carenza di lavoro dei loro paesi di origine per cercare una vita più dignitosa. I piccoli centri si svuotano e le città si ritrovano impreparate ad un’accoglienza dignitosa. Basti pensare che nella sola città di Roma la popolazione passa da 1,6 milioni nel 1951 a 2,7 milioni nel 1971.

Sono gli anni di una vera e propria emergenza abitativa che spinge i governi dell’epoca a mettere in campo nel 1949 il cosiddetto piano Fanfani, divenuto legge con il nome di: “Provvedimenti urgenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori”.

È un vero e proprio piano edilizio che innesca un processo di espansione della città che porta alla nascita di nuove periferie. Gli urbanisti dell’epoca speravano in questo modo, che l’intervento pubblico potesse dare l’opportunità di controllare la crescita urbana e diventare laboratorio della ricerca di un habitat moderno e decoroso. Ma il piano, purtroppo, ebbe soprattutto il risultato di incrementare i volumi edilizi (spesso di bassa qualità) con lo scopo di riequilibrare il mercato economico, l’occupazione e attribuire alloggi a chi ne aveva necessità. Eppure, le caratteristiche per la progettazione prevedevano una sensibilità sociale, ambientale e visiva importante che spesso è stata trascurata. Una progettazione elaborata dal punto di vista dei soggetti più deboli e vulnerabili della società in grado quindi di fare gli interessi di tutti e non solo di alcuni, senza lasciare indietro le esigenze di nessuno.

Gli esempi virtuosi non sono molti e il rapporto difficile tra l’espansione della città, abitanti e risposta abitativa ha origini lontane, ovvero, da quando Roma è stata dichiarata capitale d’Italia ed è stata quasi sempre interessata dall’eterna lotta tra costruttori e reali esigenze abitative. La politica nella sua declinazione amministrativa ha abdicato al suo ruolo di interprete, governo e gestore dei processi di trasformazione portando ad avere periferie, anche signorili, e ampie sacche di abitazioni di fortuna abusive nate fuori dagli strumenti urbanistici vigenti all’epoca. Questo ha complicato il quadro all’interno del quale poter attuare una trasformazione organica e di buon senso, realizzare una città che abbia tutti i suoi pezzi interconnessi tra loro con un sistema di trasporto integrato con servizi alla comunità ed alla cittadinanza di qualità ed in quantità sufficiente a garantire dignità alle persone, con delle densità abitative proporzionate ai bisogni e con un giusto rapporto tra costruito ed elementi naturali. Quello che invece abbiamo è sotto gli occhi di tutti.

È passato quasi un secolo e oggi siamo lontani da quei cittadini sul piano sociale, economico e culturale. Un altro mondo si presenta davanti a noi, ma quello che ci unisce a quegli uomini ed a quelle donne è la dimensione di esseri umani. Le città stanno vivendo un “momento” di crisi, ma, proprio per questo, non c’è momento più opportuno per avviare ed imprimere un cambiamento che permetterà a noi ed alle future generazioni di godere di una qualità della vita migliore.

Il rallentamento della crescita demografica e la maggiore sensibilità ambientale impongono quindi di abbandonare qualsiasi ipotesi di espansione urbana. Vanno pertanto delimitate le aree già edificate o parzialmente compromesse mentre andrà salvaguardato il territorio esterno destinandolo esclusivamente a usi agricoli e alla tutela dell’ambiente naturale con eccezione per la realizzazione dei collegamenti ferroviari e tranviari tra le varie zone dell’area metropolitana atti a riunificare funzionalmente periferie e centri. Le aree interne già edificate o parzialmente compromesse dovranno invece, dove necessario, essere interessate da intensi programmi di riqualificazione con recupero di spazio e un intelligente aumento delle volumetrie verso l’alto.

Limitarsi a conservare il passato senza costruire la città del futuro non può rappresentare la proposta per Roma quale capitale d’Italia e centralità mondiale.

La centralità che acquisisce il tema della transizione ecologica propone, ed impone, un modo nuovo di pensare le periferie, i quartieri e di intervenire applicando anche i principi della rigenerazione urbana: un nuovo metodo con cui intervenire sulla città.

La descrizione dell’idea di città che avevano espresso gli urbanisti a metà del secolo scorso si potrebbe ritenere non altro che una forma embrionale di quello che oggi chiamiamo ecoquartiere e che rappresenta a nostro avviso lo strumento e l’elemento principale da cui partire per dare una nuova forma alla città di Roma attraverso un piano rigenerativo straordinario, che valorizzi prima di tutto l’esistente e che faccia fronte al degrado urbano e sociale che interessa molte aree della città. Rimettere al centro del dibattito considerandolo elemento cardine il valore dell’equità sociale (così come auspicato nel passato) è l’elemento per riequilibrare la forma delle periferie. La sfida è attualizzare l’idea e predisporre interventi che mirino alla riappropriazione degli spazi urbani e comuni, al recupero dei volumi esistenti, all’integrazione dei servizi.

Immaginiamo quindi Roma caratterizzata da un centro storico da conservare, chiuso al traffico dei mezzi non elettrici, e vari centri (ecoquartieri) interconnessi tra loro e separati da parchi archeologici e aree verdi. Tutto intorno aree destinate ad uso agricolo integrate con i nuclei urbani e alla produzione di energia da fonte rinnovabile. Mentre da un lato le strutture residenziali e produttive presentano ormai una localizzazione diffusa nell’area metropolitana rimangono accentrate tutte le attività direzionali che il forte sviluppo dello smart working saranno molto più facilmente ridimensionate e delocalizzate nei punti di interconnessione del Comune di Roma con la sua area metropolitana. La delocalizzazione delle attività direzionali e del terziario amministrativo dovranno essere inquadrate all’interno di un più ampio recupero dei quartieri periferici che ospiteranno i nuovi centri amministrativi e in molti casi perderanno la loro funzione di quartieri dormitorio, ma diventeranno veri e propri centri di vita, socialità, economie.

Ma cos’è un eco-quartiere, e come si costruisce?

L’Unione Europea ha individuato, con il documento “La Carta di Lipsia delle Città Europe Sostenibili” le strategie e i principi comuni per una corretta politica di sviluppo urbano. In linea con tali principi è possibile pensare ad interventi di riqualificazione e rigenerazione delle aree già urbanizzate che abbiano l’obiettivo di realizzare ecoquartieri interconnessi tra loro, ovvero quartieri nei quali sia presente il binomio inscindibile benessere dell’uomo – rispetto dell’ambiente e nei quali quindi:

  • azzerare, per usi urbani, il consumo di nuove aree, riqualificando spazi e edifici degradati, recuperando volumetrie in altezza e tutelando le aree verdi e le risorse naturali presenti;
  • riciclare rifiuti e ridurre al minimo i consumi di acqua ed energia attraverso standard di costruzione e di efficienza moderni, e attraverso la realizzazione di impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile, tetti verti e alberature diffuse;
  • definire la dotazione infrastrutturale al fine di:
    • favorire mobilità non solo interna ma tra l’eco-quartiere e il resto della città, dando priorità agli spostamenti pedonali, ciclabili e con mezzi pubblici riducendo le emissioni inquinanti da traffico.
    • elettrificare la climatizzazione abitativa riducendo le emissioni inquinanti da caldaia;
    • potenziare la connessione internet veloce per portare i servizi nelle case e incentivare lo smartworking riducendo così il traffico e le conseguenti emissioni inquinanti.
  • unire in modo equilibrato più funzioni urbane, attività commerciali/produttive e classi sociali mediante la fornitura dei servizi di prossimità e ridefinendo gli spazi pubblici con la realizzazione di aree verdi e di incontro al fine di favorire l’inclusione sociale e quindi la creazione di una comunità nonché di un forte senso di appartenenza.

Una città così costruita rappresenta pertanto un sistema urbano costituito da una sovrapposizione di sistemi che si interconnettono tra loro e non come una loro mera sovrapposizione.

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Obiettivi strategici. Partire dalle zone più degradate

Una città ecologica, inclusiva e coesa, produttiva e connessa. Sono questi gli obiettivi strategici che la Carta di Lipsia intende promuovere e che nella logica delle priorità dovrà prevedere sin da subito un processo di recupero degli spazi dismessi e di quelli da trasformare, facendo crescere la città al suo interno e non al suo esterno, puntando alla realizzazione di una città compatta. Sono le aree più degradate, ovvero le periferie della città sia geografiche che percepite, ad avere l’urgenza della trasformazione. Sono solitamente i contesti in cui i servizi alla persona, alla mobilità, alla cultura sono più carenti e chi ci abita impiega più tempo a raggiungere il posto di lavoro, ha difficoltà nella gestione delle dinamiche familiari, ha difficoltà ad accedere agli spazi della cultura. È da qui che dovrà partire quindi la trasformazione di un nuovo senso di vivere la città con il superamento dei problemi infrastrutturali, demografici, delle iniquità sociali, della mancanza degli alloggi e di quegli spazi verdi piacevoli da vivere e da conservare. La trasformazione di questi pezzi di città in ecoquartieri ha come obiettivo non solo il miglioramento dell’ambiente fisico ma anche il potenziamento dell’economia e del lavoro locale e l’istituzione di un sistema di istruzione e formazione per bambini e giovani capace di ridurre il gap culturale e di abbandono scolastico tra le aree più ricche della città.

Diventa necessario che vengano portati i servizi di prossimità all’interno dei quartieri. Servizi, che per loro natura, sono più vicini alla vita quotidiana e domestica degli utenti (come, per esempio, l’assistenza ad anziani o ad ammalati cronici ed affini) devono essere a sostegno degli abitanti di quel brano si città: perciò facilmente raggiungibili ed accessibili insieme ai servizi tecnologici.

Sviluppare e rilanciare il carattere sociale degli ecoquartieri è espresso attraverso la rete sociale, l’interconnessione delle persone diventa essenziale affinché i progetti si realizzino. In questo processo le persone devono sentire forte il senso di appartenenza con il territorio perché siano loro stessi promotori del cambiamento e non solo osservatori subendo passivamente le decisioni “prese altrove”. La conseguenza di un nuovo approccio allo stile di vita dei residenti è un aumento della qualità del vivere non solo (e non tanto) nell’ambito domestico, ma nell’ambito sociale.

Per l’attuazione degli obiettivi sopra richiamati c’è la possibilità di pensare nuovi piani urbanistici o di assetto/governo del territorio che vede inoltre l’ingaggio di tutte realtà che operano sul territorio che siano essi pubblici, privati o di diversa natura.

Il senso della città

Gli indirizzi fino qui esposti, che saranno approfonditi in altre elaborazioni, dovrebbero provare a restituire un senso nuovo della città, una dimensione alternativa entro la quale vogliamo inserirla. Un luogo in cui il senso delle esistenze hanno spazio per esplorarsi, per conoscere, per crescere e dare dignità alla vita pubblica e privata. È una ricostruzione complessa ma non impossibile che parte dai bisogni e dai rapporti tra soggetti, tra generazioni e tra entità. È uno lavoro di riconnessione di tutti quei microsistemi di cui è formata Roma, di quelle bolle isolate dal contesto generale che riconvertite in ecoquartieri daranno un senso diverso alla vita nella città.