Intervista all’On. Lorenzo Fioramonti, già Ministro dell’Istruzione

Redazione: Abbiamo immaginato Roma come città leader nelle iniziative per il cambiamento climatico, ma il dibattito è tra ambientalismo ortodosso e disinteresse per le questioni ambientali. È possibile delineare un processo intermedio in linea con i traguardi europei? Da dove passa il rilancio della nostra città per questo ruolo?

Fioramonti: Ripartire dall’ambientalismo e dell’ecologia come una visione economica. Per anni è stato visto come una battaglia di retroguardia, dell’ambientalismo a tutti i costi in opposizione a quelli che se ne fregavano. Noi oggi stiamo scoprendo esattamente il contrario: per le città investire sull’ambiente significa non solo migliorare la qualità della vita, ma anche creare nuove opportunità di impresa e aumentare la sua capacità di attrazione nei confronti di startupper e innovatori. L’ambientalismo oggi deve essere assolutamente reimmaginato e presentato come una grande visione di sviluppo economico: investire sul dissesto idrogeologico significa avere meno problemi di carattere urbanistico, avere una mobilità intelligente significa spendere meno soldi nella manutenzione delle strade – che a Roma sappiamo essere un problema molto significativo. Tutto ciò si tramuta in più risorse per le scuole, per iniziative creative, ciò diventa un volano attrattivo positivo. Se usciamo da questa visione tra l’economia a tutti i costi o l’ecologia a tutti i costi e capiamo che l’economia senza ecologia non c’è torniamo al passo con tutte quelle città che sono cresciute di più pensando in maniera ecologica: penso ad Amsterdam, a Berlino, alla California o alla costa orientale degli Stati Uniti.

Redazione: Nella nostra proposta, Roma città della Natura, abbiamo previsto una infrastruttura verde capillare alla città, il risanamento dei bacini del Tevere e dell’Aniene, l’interconnessione dei grandi parchi, la realizzazione di viali alberati e di verde pensile nel parco edilizio. Secondo la sua esperienza, quali decisioni vanno assunte per realizzarla (strutture, risorse, gestione)? Suggerisce possibili integrazioni o miglioramenti?

Fioramonti: Sono convinto che sia un’ottima idea, che però richiede un grande impegno dal punto di vista infrastrutturale, urbanistico e di decisione politica. L’ambizione è giusta, difenderei la proposta a spada tratta. Però non dimentichiamo che veniamo da una storia – non solo recente – di grande difficoltà nella creazione di importanti investimenti. A Roma soprattutto, molte sono state lanciate come idee ma rimaste tali. Io incoraggerei a guardare alla “virtù del piccolo intervento” e quindi pensare anche alle cose che ci sono oggi a Roma e dovrebbero essere messe in connessione. Faccio un esempio: nel collegio dove sono stato eletto qui a Roma, insieme ai comitati dei cittadini abbiamo portato avanti il progetto del Parco Lineare, un grande percorso ciclopedonale che va da Porta Maggiore e arriva fino all’antica città preromana di Gabii. Con un investimento di meno di 10 milioni di euro, forse 6, che si può realizzare mediante la compensazione dell’Alta Velocità Roma-Napoli, soldi che R.F.I. deve al Comune di Roma. Quale è la virtù di un progetto del genere? Ha dei costi bassissimi, mette in connessione il centro con la periferia attraverso siti archeologici, si inserisce in una realtà che già esiste ma oggi è una discarica, sono rovi, sono rifugi di realtà nomadi e non prevede una ristrutturazione del piano regolatore né concessioni su concessioni, evitando l’annosa problematica che a Roma tutto si ferma nei polverosi uffici tecnici del Comune. Ma non solo: può diventare una potenziale alternativa al traffico in automobile e un’area ricreativa nella quale possiamo creare botteghe, ristori e piccoli esercizi commerciali. Connettendo via Prenestina e via Casilina, potrebbe significare costruire una grande strada consolare delle biciclette, dei monopattini, dei veicoli elettrici a due ruote. Connettendo diversi siti archeologici, ci immettiamo anche in un discorso di turismo esperienziale: offriamo un qualcosa in più al turista che vuole visitare solo il Colosseo o il Centro Storico, allontanando la logica del pullman che porta i visitatori in giro e del turismo mordi e fuggi. Tutto sta ad immaginare Roma come una serie di punti, capire quali sono i punti più importanti e meno sfruttati, più degradati, pensare a delle connessioni. Permettetemi un secondo esempio: la metro A e la metro C si incontrano soltanto a San Giovanni, quindi verso il centro. Noi dobbiamo favorire le interconnessioni orizzontali, per decongestionare il traffico, collegare le periferie e creare nuove opportunità economiche.

Redazione: Conosciamo il progetto del Parco Lineare, attraversa dei quartieri in cui abitano alcuni di noi. Lei fa riferimento a dei fondi che R.F.I. ha messo a disposizione del Comune per le opere compensative, fermi da circa dieci anni. Qua si apre a un ragionamento sulla capacità della Pubblica Amministrazione di spendere, alle competenze progettuali che poi rimandano a quello che Lei ha affermato all’inizio: la difficoltà a realizzare grandi momenti di investimento. Una città che non è in grado di gestire fondi di compensazioni come può mirare a qualcosa di più?

Fioramonti: Il problema è enorme. È sia una carenza politica, in cui Roma ha vissuto negli ultimi sei/sette anni una fase di vacuum politico importante, e sia un problema di carattere amministrativo. Roma è una città complicatissima da gestire, ha degli uffici tecnici completamente inadeguati, ha un personale forse troppo anziano, un personale che siede sugli allori e semplicemente continua a fare le cose di sempre e non ha una carica innovativa. Questo significa che dobbiamo rimboccarci le maniche e cercare di svecchiare. Attenzione: non credo sia facile, perché per la legislazione italiana i ruoli amministrativi non sono figure che vengono da realtà professionali dove vige un contratto di carattere privatistico – non mi soddisfi, ti mando a casa. Questo apre un capitolo spinosissimo, che però un giorno dovremmo pur aprire sulla pubblica amministrazione. Introdurre certe regole simili a realtà professionali dove vige un contratto di carattere privatistico, dove le persone inadeguate vanno a casa. Il mio è essere pragmatico: più il progetto è grande e l’intervento è ambizioso, più rischia di finire nelle pastoie della pubblica amministrazione romana. Va benissimo lo sguardo a lungo termine, facciamolo pure, ma non aspettiamo che sia solo questo a creare le ricadute positive. È il discorso delle interconnessioni sull’esistente, che già darebbero tanto alla nostra città.

Redazione: Lei, oltre ad essere un sostenitore delle politiche ambientaliste, è stato Ministro dell’Università. Come valuta l’idea di realizzare un polo universitario mirato alla ricerca ambientale a Roma? Come lo implementerebbe?

Fioramonti: La valuto positivamente. Ritengo che ci sia tanto bisogno di innovazione in campo ambientale, innovazione transdisciplinare anche nella gestione dei servizi. Sarebbe importante che la città costruisca un rapporto virtuoso con questa realtà, che non diventasse una cattedrale nel deserto. Apprezzo anche che abbiate optato per un polo che aggrega le università di Roma e non creare qualcosa di ex-novo dove già esistono numerose università. Inoltre, la Regione Lazio ha da poco presentato un progetto per un polo di Ingegneria del Mare di Roma Tre che ben si sposerebbe con la vostra idea.

Redazione: La questione dei poteri speciali per Roma viene da lontano ed è sicuramente un unicum tra le maggiori Capitali europee. L’attesa di questa legge speciale – inserita nella Costituzione – non sta diventando una giustificazione all’incapacità di governare i difficili processi di questa città?

Fioramonti: Il problema che ponete si perde nel tempo. La questione è serissima e non so se riusciremo mai a dotare Roma di poteri speciali come accade per diverse capitali del mondo. Anche perché siamo alle battute finali di una fase di allineamento politico tra l’amministrazione cittadina e il governo nazionale. Attenzione però, è sicuramente una causa giusta da perorare ed è opportuno confrontarsi con realtà come Berlino e Parigi, ma non può rappresentare la conditio sine qua non di ogni azione politica altrimenti rischiamo di non uscirne mai.

Redazione: Nella nostra proposta molte competenze possono essere trasferite sin da subito a legislazione vigente dal Comune di Roma a Municipi-Comuni non totalmente autonomi, ma con poteri e risorse finanziarie più ampie. Cosa frena questo processo? Perché non diventa tema trasversale tra le forze politiche nazionali e romane?

Fioramonti: Io credo ci sia un problema di carattere amministrativo. Ancora oggi molti municipi che gestiscono un territorio paragonabili a città italiane di media grande dimensione, presentano bilanci ridicoli. Il VI Municipio per esempio, dove vivo e lavoro, credo abbia qualcosa come 20 milioni di euro nel proprio bilancio e ovviamente non riesci a fare nulla. Eppure, il segreto di una città che funziona dovrebbe essere quello di una rete di mini-città e di minisindaci. Questa questione è fondamentale perché la città del futuro, come recitava lo slogan della mia campagna elettorale del 2018, è sicuramente una città dove ogni quartiere è il centro di sé, è un piccolo paese dove i servizi sono disponibili. Questa è anche l’idea della sindaca di Parigi, la città in 15 minuti, l’idea di una città dove non solo i servizi, che se delocalizzati creano nuove opportunità economiche, ma anche per esempio i cinema, le attività aziendali e le imprese sono presenti a livello locale. Non dovremmo avere una città in cui le persone si alzano tutti i giorni per fare un’ora di traffico e andare a lavorare nei quartieri centrali perché è lì che si trovano le grandi aziende e i ministeri. Per esempio, lancerei l’idea di un sussidio alle ristorazioni che decidono di traferirsi dal centro alla periferia. Tutti queste attività che hanno aperto nei pressi di un ministero perché quando l’impiegato fa pausa pranzo va a comprarsi il tramezzino e che oggi con lo smartworking rischia di non lavorare, dovrebbero prendere l’occasione al volo, se qualcuno gliela offre, e trasferirsi a Centocelle, a Tor Bella Monaca. Quindi io porto il mio servizio lì dove la gente comincia a creare attività e non più a via Regina Elena o a piazzale Appio. Io vivo tra Roma e Berlino e quello che invidio di più di Berlino è proprio questo. Ogni quartiere è una cittadina. Tu sei in un quartiere e quasi mai esci da quel quartiere perché c’è la scuola, c’è l’ospedale, c’è l’azienda in cui lavori. Tutte le altre attività sono localmente distribuite e non hai bisogno di andare in centro. Immaginate quanto è più facile gestire la mobilità e l’urbanistica in una città del genere, quanto è più facile risparmiare soldi pubblici. Tutto questo ha un effetto sistemico che migliora la produzione del valore economico e la produzione del valore ambientale.

Redazione: Uno dei principali problemi che il futuro sindaco di Roma dovrà affrontare è quello dei rifiuti. La nostra proposta ribadisce la necessità di rendere Roma autosufficiente in termini impiantistici e migliorare la qualità della raccolta differenziata. Quali sono secondo lei le strategie da mettere in campo velocemente per affrontare la continua emergenza in cui versa la città di Roma soprattutto per la gestione della frazione indifferenziata?

Fioramonti: Una soluzione che mi piace molto è la creazione di mini-impianti di gestione dei rifiuti a livello locale per ogni quartiere. Dobbiamo trovare il modo di evitare di far girare i camion della nettezza urbana, che interrompono il traffico, per migliaia di km al giorno solo per andare a recuperare la spazzatura e portarla in impianti di smaltimento che in genere sono fuori dalla città. Dovremmo invece creare in ogni quartiere impianti intelligenti per lo smaltimento dei rifiuti organici, non organici, della plastica, della carta e invece di far girare questi grandi camion far girare dei piccoli camioncini con delle fermate fisse presso le quali i cittadini in orari prestabiliti (anche quattro volte al giorno) possono andare a buttare l’immondizia oppure lasciarla in un luogo dove gli automezzi raccolgono e non trasportano l’immondizia fuori Roma ma in piccoli impianti collocati nei quartieri stessi. Molti di questi impianti possono essere fatti a livello sotterraneo, ad esempio sotto centri commerciali. Addirittura in Svizzera, per la gestione dell’organico, sono stati creati in alcuni casi sotto i parchi dei bambini con sistemi anaerobici, cioè che non producono gas maleodoranti, recuperando il gas utile a produrre sia riscaldamento che l’elettricità. Che, a sua volta, può essere utilizzata per l’illuminazione del quartiere o per riscaldare un ospedale. Un intervento a livello territoriale con queste modalità, attraverso la differenziata, produrrebbe costi inferiori e una gestione più chirurgica.

Redazione: Un’ultima domanda: una speranza per Roma per i prossimi anni. Come vorrebbe che diventasse?

Fioramonti: Vorrei che Roma diventasse, o meglio tornasse ad essere, una città dove è bello vivere. Abbiamo perso completamente questa capacità. Roma è una città dove la qualità della vita si è abbassata notevolmente. Invece io vorrei che tornasse ad essere la città con la sua grande vocazione culturale, sociale e di pura bellezza. Elemento quest’ultimo più importante a livello economico. È a mio avviso paradossale che Berlino abbia superato in attrazione turistica Roma. Ma perché lo ha fatto? Lo ha fatto perché il turista di oggi non è più il turista di ieri. Non è più il turista che va a Roma per fare la foto col Colosseo, ma è il turista che va in un luogo, ci sta per tanto tempo e quello che apprezza di più non è soltanto la presenza del monumento ma è la bellezza complessiva, la bellezza del poter abitare, la bellezza del poter camminare, la bellezza del potersi confrontare con la cultura locale, conoscere le abitudini locali, conoscere la cultura di quel posto. In genere quel turista non viene una sola volta in quella città ma ci viene ripetutamente. Questo tipo di turismo è definito esperienziale e in Italia lo trattiamo in maniera molto superficiale. Una città come Roma non è più in grado di essere attrattiva perché a Roma ci vieni una volta per vedere il Colosseo ma, se ci devi rimanere più tempo, te ne vai piuttosto a Berlino. Perché a Berlino si vive meglio, a Berlino si cammina meglio, i parchi sono puliti, ci sono persone che suonano all’aperto, è più sicura è più bella dal punto di vista esperienziale. Creando questo volano virtuoso attrai persone che poi decidono di trasferirsi a Roma, perché tutto questo crea delle opportunità nuove, degli effetti moltiplicatori (termine cruciale). Attrarre questa nuova generazione di innovatori, di giovani imprenditori vuol dire avere una città pulita, piacevole, dove funzionano le scuole i servizi in generale. Non è solo l’attrattività economica, ma anche quella della qualità della vita. Oggi chi fa impresa vuole una vita positiva per lui e per la sua famiglia e noi dobbiamo saper attrarre questa nuova generazione di persone. Lo dico chiaramente: nel nuovo futuro del lavoro agile, c’è la possibilità di intercettare ciò che viene via da Londra a causa della Brexit. Se non cogliamo questa opportunità queste persone andranno via altrove.